Introduzione di Bruno Capaci Un sapere per arcigni specialisti o per ludici dilettanti?
Si crede che solo gli addetti ai lavori gioiscano di questi saperi e si divertano ad arricchirne le nomenclature di definizioni astratte e di improbabili calcoli prosodici. Gli altri se ne stanno ben lontani, preferendo sostare nelle ben più consolidate piazze forti della storia letteraria o rinfrescarsi nell′ospitale rifugio della critica tematica; insomma, fare altre esperienze di lettura e di vita, consapevoli che lo strutturalismo è passato da un pezzo con tutto il suo inesorabile apparato di diagrammi e freccine.
Metrica e retorica rappresentano, a torto o a ragione, il patrimonio delle risorse formali di una civiltà letteraria: ciò che, fino ad alcuni decenni or sono, si doveva sapere per costrizione, e che non si è quasi mai imparato volentieri. I primi problemi di ricezione cominciano dalla pronuncia: metonìmia o metonimìa, ossìmoro o ossimoro; paragòge o paràgoge? Davanti a queste e ad altre più serie difficoltà, cresce immediatamente il numero di coloro che restano fuori dal gioco, stupiti che qualcuno possa perder tempo a discutere di tutto ciò.
La retorica tra noi
Questo volume non fa a meno delle definizioni, non vuole eliminare i tanti tecnicismi ai quali certo non si deve rinunciare insegnando e recependo gli argomenti di metrica e di retorica, bensì ha l’aspirazione o meglio la preoccupazione di dimostrare come il riconoscimento di elementi formali del discorso possa essere tutt’uno con l’esperienza personale del testo e con il piacere che da esso ne deriva. L’esperienza di insegnamento seminariale dalla quale traiamo le argomentazioni del libro e, se mai ci riuscissimo, anche lo stile comunicativo, ci invita a pensare che quando si parla di endecasillabo, di rima, di ironia e di metafora si pensa ad esperienze linguistiche non sempre formalizzate ma che sono in uso presso una comunità assai più ampia di quella rappresentata dagli studenti di un corso da 5 crediti di metrica e retorica. Usare figure retoriche e scrivere versi non significa di per sé essere consapevoli dei processi linguistici posti in atto. Per utilizzare un’efficace metafora non occorre conoscerne la definizione e saperla distinguere con limpida esattezza dall’allegoria e dalla sineddoche. Nemmeno Aristotele lo faceva. Quante persone producono ogni giorno delle catatacresi, cioè metafore obbligate, senza avere perfetta cognizione di questa definizione. Chi indica l’albero della nave, il letto del fiume, le gambe del tavolo non ci pensa affatto. Chi dice ad un altro: «aspettami un attimino» non è forse del tutto consapevole di esprimere nello stesso tempo un’iperbole e un’espressione forse irritante. Il potere evocativo di uno slogan ha spesso una struttura metrico-retorica. Una scritta apparsa sui muri della nostra università negli anni ‘90 in epoca post reaganiana recitava: "il profitto è lavoro non pagato, il profiterole è un dolce al cioccolato". Evidente l’uso della figura etimologica nella coppia profitto-profitterole e del distico a rima baciata. La figura della paronomia si accampa nella ragione sociale di un ristorante stabilendo una sorta di complicità nazional gastronomica dei suoi ospiti, definiti affettuosamente: fratelli di teglia. Una metonimia di effetto per (al posto di) la causa costituisce la titolazione di un altro che, chiamandosi Mea culpa, allude all’eventuale e dubbio rimorso provocato ai fruitori di soddisfacenti e succulenti pasti.
Le stesse istanze ecologiche non dimenticano il bisticcio della figura etimologica, quando animano la mano di chi nei pressi di un nuovo cantiere urbano scrive: «più parchi meno parcheggi.» L’effetto accattivante, la comunicazione più immediata e suggestiva possono essere raggiunte anche grazie ad una infrazione del codice grammaticale, purché sia retoricamente enfatizzata. Vasco Rossi scrive in una celebre canzone: «voglio una vita che non è mai tardi», mostrando come l’anacoluto possa raggiungere fama musicale. Allo stesso modo, Marcello d’Orta ha intitolato il suo best seller: Io speriamo che me la cavo, scegliendo, tra le tante forme di irresistibile umorismo post grammaticale, quella di un eclatante solecismo. E’ un sorriso della musa «sgaruppata», ispiratrice dei 60 temi prodotti dai suoi allievi.
La stessa metrica offre i suoi auspici ed i propri effetti speciali alla comunicazione metropolitana Recentemente, è stata dichiarata sui muri perimetrali della nostra Facoltà la fondazione in rima baciata di un collettivo studentesco dedicato a Mario studente precario. Evidentemente, l’uso della rima soccorre anche la comunicazione alternativa.
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