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Letteratura

Copertina

Alla ricerca del lupo
Genio, tensioni e vanità

Antonio Spadaro

Pagine: 216
Prezzo: € 12,00
Collana: Playlist 1
ISBN: 9788889241486

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Il critico alla ricerca del lupo
[...] Le mappe danno il gusto dei percorsi in biblioteca, percorsi guidati, ovviamente, e qui emerge il vero ruolo del critico: non quello del giudice, appunto, ma quello della guida (Caronte o Virgilio che sia), dell’accompagnatore o, se vogliamo della talpa che scava il terreno e costruisce strade sotterranee. Questo non significa «etichettare», ma offrire delle rotte costruendo un «paesaggio».
In quest’ambito critico-progettuale è possibile indagare l’idea di realtà che muta. Per cui, il critico che cosa chiede allo scrittore? Vorrebbe, innanzitutto, discutere con lui il suo progetto di letteratura, il suo rapporto con la scrittura, la natura della sua condizione di scrittore, la sua idea di realtà, rispettando l’individualità del suo percorso. È necessario capire l’orizzonte da cui nasce un testo, perché nasce in quel modo, quali sono le sue radici. Da qui sarà possibile tracciare le mappe e i percorsi, fatti anche di ascendenze, modelli, radici e, senza dubbio, anche di rami e di nuovi sentieri.
Se si accetta questa linea critica, occorre assumere l’abito della pazienza, che consiste nell’aspettare che il romanzo scompaia dalla scena della chiacchiera dell’oggi. Solo con la mediazione del tempo si potrà dire se un romanzo sia «attuale» o è solo un gioco combinatorio. Questo non significa evitare il giudizio e la compromissione. Un critico militante ha il dovere di emettere giudizi complessivi, negativi o positivi e deve avere il coraggio di scegliere, e di dichiarare le proprie scelte. Tuttavia l’emettere un giudizio non è la causa finale vera e propria del lavoro critico, ma è al più un dato che emerge quasi spontaneamente, anche se in modo non definitivo, dal lavoro di confronto e di discernimento sulle radici e l’orizzonte di un’esperienza letteraria che si avverte come riuscita o meno. Il primo compito del critico è quello di essere interprete e dunque «accompagnatore», non innanzitutto giudice.
E questo è il senso delle pagine che seguono: una stanza con quattro pareti sulle quali sono appesi «quadri» di differente valore e dimensione: a volte offro la narrazione di una storia, altre volte appendo alla stessa parete più quadri di uno stesso autore, presentandoli come una unità organica.
La prima parete è occupata da tre storie con figli, storie di due padri e una madre, perché la nascita è l’«evento» di ogni vita e di ogni narrazione, dunque. Nascere è squarciare il velo della non-storia, del non-essere, è la liberazione dall’anonimato del nulla. Questo, del resto, è il più profondo significato delle storie. E avere un figlio, come si vede nelle storie narrate, un figlio che nasce o che cresce o che è già cresciuto, significa vivere sempre e comunque un’avventura.
Seguono cinque quadri di storie straordinarie, storie che bucano il flusso ordinario di una vita che sembra monotona con un guizzo creativo o con il salto attraverso un’interruzione del flusso continuo del vissuto o con la sorpresa di una vocazione o con una rinnovata capacità di guardare al mondo.
La terza «parete» raccoglie storie di tensioni, quattro quadri che rappresentano tensioni e conflitti: guerra, oppressione, reclusione fanno da sfondo ai primi tre quadri. L’ultima presenta le tensioni di una città-simbolo: New York.
La quarta parete presenta cinque quadri di storie borghesi, cioè vicende legate a un modo «borghese» di stare al mondo, attente alla coscienza che riflette sulla vita personale, sulla sua leggerezza, il suo spaesamento, le sue ipocrisie, la sua vanità, una felicità desiderata più che vissuta.
Accostati l’uno all’altro come in una quadreria più che come in una mostra, i capitoli del presente volume danno vita a un paesaggio che offro al lettore così come mi si è formato davanti. È uno dei tanti paesaggi possibili, frutto di un gesto critico che ha nel lettore il suo pieno compimento.


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