Corso di formazione per insegnanti
Antonio Zanardo ci mostra l'analisi di un corso da lui tenuto nel 1998 agli insegnanti di una scuola media statale. L'analisi dimostra quanto siano necessari ai docenti dei corsi di formazione che insegnino loro come relazionarsi con i giovani studenti e come imparare ad essere efficaci nella comunicazione e quindi nell'insegnamento.
All’inizio della mia attività come formatore, mi si è posto il problema del tipo di impostazione da dare ai progetti e agli interventi. Uno dei rischi della Formazione psicodrammatica, è quello di essere molto efficace dal punto di vista operativo ma di scarseggiare su quello teorico. Ho scelto quindi una strada che potesse integrare entrambe gli aspetti del “sapere” e del “saper fare”, alternando momenti teorici a momenti di sperimentazione pratica. L’inizio di ogni sessione prevede un’introduzione degli argomenti, con riferimenti teorici ed esempi pratici su quanto si sta dicendo. Se è vero che la “Formazione attiva” lavora sulle risorse del gruppo, è altrettanto importante che la Formazione stessa vada incontro ai bisogni del gruppo, che si aspetta anche nozioni o indicazioni precise sul proprio ruolo.
Il momento successivo è invece dedicato ad esercitazioni pratiche e alla rielaborazione dell’esperienza. Il lavoro preso in esame, riguarda una parte di un progetto più ampio che ha compreso, oltre a sei incontri con i docenti, sei incontri per ogni classe con gli alunni di III media e tre incontri con i genitori (vedi appendice 1-2-3).
Quanto affermato in precedenza rende percepibile l’importanza nel costruire le fondamenta dell’intervento formativo, rappresentate dal contratto. Pur essendo un tema ampiamente discusso nell’ambiente psicodrammatico, mi pare importante sottolinearne alcuni aspetti fondamentali e che, spesso, possono non essere propriamente “scontati”. Esiste una certa equità tra diritti e doveri del formatore e dei partecipanti. Il principio di responsabilità, oltre a passare attraverso delle regole “formali” che il gruppo deve conoscere, è attivo durante tutto l’arco dell’intervento. Alcuni formatori ad esempio, hanno la cattiva abitudine di presentare l’intervento di Formazione come un qualcosa di divertente e che, per questo, produrrà sicuramente effetti benefici. Altri non si preoccupano di presentare il proprio programma in modo preciso, lasciando adito ad equivoci, timori o resistenze. Personalmente ho sempre ritenuto proficuo, all’inizio della prima sessione, dedicare del tempo ad alcune premesse riguardanti l’apprendimento sociale, i rischi emotivi dell’apprendimento e le motivazioni per le quali non saranno trattati aspetti riguardanti i ruoli privati dei partecipanti. Quest’ultimo punto, particolarmente rilevante, merita un ulteriore approfondimento. È innegabile che, lavorando in un ambito prevalentemente socio-educativo, i ruoli sociali e privati spesso si intersecano ed interagiscono in diverse forme, ed è cura del formatore mantenere la propria linea di intervento il più chiara possibile. Tuttavia è fondamentale che il formatore porti degli esempi e che dia l’idea di poter garantire di non sconfinare nel piano privato, onde evitare che il contratto basi alcune regole sulla “censura” e non sulla distinzione dei ruoli sui quali si potrà lavorare. Questo garantisce un clima di stabilità, di tutela. Nello stesso modo, allertare i partecipanti sulla possibilità di scoprire cose positive o negative, contribuisce alla formazione di una alleanza tale da consentire l’affidamento.
Questo progetto è stato commissionato dall’Assessorato alla Pubblica Istruzione del Comune, dopo una precedente esperienza formativa con i genitori di due anni prima. È stato necessario innanzitutto chiarificare le modalità dell’intervento, sia in termini quantitativi che nello stabilire la relazione fra i tre ambiti formativi. Essendo infatti l’unico formatore previsto, il rischio di essere oggetto di richieste “diagnostiche” da parte dei docenti e dei genitori nei confronti degli alunni, ha fatto emergere la necessità di stabilire da subito i limiti dell’intervento: ogni unità formativa doveva essere a sé stante, ferma restando una relazione conclusiva da presentare alla committenza, rispetto al raggiungimento o meno degli obiettivi del progetto e alla valutazione globale del suo svolgimento.
La stesura del progetto ha inoltre tenuto conto di una ricerca, commissionata dallo stesso Comune l’anno precedente, riguardante l’analisi del territorio. Tale ricerca si era posta l’obiettivo di svolgere una mappatura del territorio del Comune rispetto ai luoghi di incontro dei giovani e della rete sociale esistente.
La progettazione del corso per i docenti, è stata preceduta da alcuni incontri con la committenza. Questo ha fatto si sviluppasse nel tempo l’idea della Formazione, non come delle semplici lezioni ma come impegno verso un cambiamento concreto.
È stata posta una condizione di base, secondo la quale l’adesione doveva essere necessariamente volontaria. La Formazione con i docenti, già di per sé complessa per la richiesta di modificare il loro ruolo in “allievi”, mette in atto una quantità considerevole di resistenze. Nella maggior parte dei casi, esistono degli stereotipi rispetto al ruolo del docente che limitano profondamente l’apprendimento. L’idea di fondo, cristallizzata, è che chi insegna non ha nulla da imparare. Questo atteggiamento fa si, in caso di un intervento “coatto”, si verifichino dei boicottaggi nelle sessioni che rischiano di compromettere tutto l’intervento.
Ogni incontro è stato suddiviso in due parti: una parte teorica ed una parte pratica, organizzate attraverso un cronogramma comprendente: tempi, argomenti ed esercitazioni.
Pur mantenendo una struttura flessibile, il cronogramma è stato uno “strumento guida” particolarmente utile per mantenere la linearità e la gradualità nello svolgimento del corso. Per ogni argomento sono state programmate delle esercitazioni attinenti, che tenessero conto del livello di sviluppo dei ruoli esistenti e della struttura del “gruppo reale” con il quale si stava lavorando. Trattandosi di un gruppo appartenente alla stessa scuola, ma anche residente nello stesso comune, la sua dinamica relazionale risultava falsata da rapporti “privati” all’esterno dell’ambiente di lavoro. Da questa premessa, sono state studiate attività che limitassero le interazioni troppo centrate sui rapporti interni al gruppo, preferendo l’uso di esempi “neutri”, casi o simulazioni di situazioni inventate.
· Proiezione lucidi e lezioni frontali
uso di schemi e di concetti chiave per l’elaborazione del funzionamento dei ruoli
· Lavori in sottogruppi
messa in comune di idee ed elaborazioni personali sui temi trattati, con
produzione e riassunto conclusivo degli aspetti significativi individuati
· Role Playing
simulazioni di situazioni specifiche inerenti all’argomento, normalmente
prestabilite in precedenza dal formatore
· Invenzione del caso
elaborazione di una situazione chiave nella gestione dell’aula, con
definizione dei ruoli e scelta volontaria del personaggio da
rappresentare
· Discussione di un caso
discussione in sottogruppi di un caso reale, secondo una griglia di
riferimento. Ricerca delle possibili soluzioni in situazioni di disagio e
piano di intervento
· Cartellone
Brain storming su aspetti educativi e didattici del ruolo di insegnante
· Sociometria
autovalutazione sociometrica sulla percezione dell’adeguatezza del
proprio ruolo in relazione a criteri specifici assegnati
· Feed Back
il feed back è stato utilizzato prevalentemente all’inizio di ogni
sessione, per riscaldare il gruppo e per “riprendere il filo” dall’incontro
precedente
· Questionario di valutazione corso
dopo l’ultima lezione è stata richiesta la compilazione di un breve
questionario, secondo la griglia preparata. La valutazione ha compreso
quattro possibilità di giudizio (molto buona – buona – sufficiente –
insufficiente).
1) valutazione rispetto alle aspettative
2) utilizzo degli strumenti
3) approfondimento argomenti
4) durata del corso
5) durata delle singole sessioni
6) autovalutazione dell’apprendimento
In aggiunta, una parte discorsiva di tre righe per indice:
1) aspetti graditi del corso
2) aspetti non graditi del corso
3) proposte di miglioramento
· Manuale di riferimento
al termine del corso è stato consegnato ad ogni partecipante un manuale
di riferimento, comprendente le fotocopie dei lucidi, una parte teorica sugli
argomenti trattati ed una bibliografia.
L’uso del manuale rappresenta una scelta precisa nello stile formativo adottato. L’idea di avere a disposizione qualcosa di “concreto” è un segnale di appartenenza; un qualcosa che resta scritto e al quale riferirsi per ulteriori riflessioni personali.
Così, ciò che è stato recepito, può essere riportato alla mente attraverso la lettura di un concetto, di un grafico; quindi non solo attraverso i ricordi “emotivi” ma anche con il supporto visivo, della memoria e dell’elaborazione cognitiva.
La parte attiva non è stata inclusa nel manuale distribuito, trattandosi di aspetti particolari e soggetti a possibili interpretazioni da parte di altri.
Il gruppo è composto da 11 insegnanti che, per convenzione, nei commenti saranno chiamati:
· Andrea (lettere)
· Giorgia (lettere)
· Irene (sostegno)
· Anita (artistica)
· Renata (tecnica)
· Lara (sostegno)
· Walter (matematica)
· Emanuele (educazione fisica)
· Anna (lettere)
· Carla (storia e geografia)
· Ciro (musica)
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14.30 – 15.15
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· Introduzione
· Obiettivi del corso e illustrazione programma
· Modalità e strumenti previsti
· Contratto d’aula
· Autopresentazione formatore
· Autopresentazione Insegnanti e aspettative
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15.15 – 16.00
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· La relazione docente/allievo nel contesto scolastico
· La comunicazione interpersonale
· Ascolto ed empatia
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16.00 – 17.00
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· Esercitazione su situazioni di ascolto e comunicazione
· Elaborazione e conclusioni
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Vengono proposti tre brevi role playing con le seguenti consegne (che vengono date separatamente)
Prima scena
A Giorgia: incontrerai una tua amica. Sei in difficoltà e hai bisogno di confidarti con lei.
A Carla: siete amiche e lei avrà bisogno di confidarti un problema. Dovrai fare di tutto per non ascoltarla e agganciarti a quanto dice per parlare di te.
Giorgia: ciao C., lo sai che ho avuto un incidente? Ho distrutto la macchina.
Carla: oh, è successo anche a me. Pensa che ho speso un sacco di soldi per mettere a posto la macchina.
Giorgia: si ma……
Carla: guarda, è stata proprio un’esperienza brutta. Non sono riuscita a dormire tutta la notte.
Giorgia: anche…..
Carla: e poi anche mio marito si è spaventato a morte, e poi naturalmente ha iniziato a dire che era colpa mia.
Il dialogo prosegue per qualche minuto, con le stesse modalità. Nel fermare la scena, vengono richiesti i commenti e le sensazioni alle due partecipanti.
Giorgia: é una sensazione brutta…. Non sono riuscita a parlare e a dire quello che volevo. Una sensazione che conosco anche nel lavoro. A volte ho la sensazione di parlare a un muro…..
Carla: mi sono ritrovata in un ruolo molto fastidioso per me. Di solito mi trovo dall’altra parte. E’ strano… Io di solito sono una che ascolta molto gli altri. Mi sono sentita un po’ in colpa….
Commenti del gruppo
Anna: a pensarci bene non è una situazione molto rara. Un sacco di persone che conosco si comportano così, dandoti l’impressione di essere interessate anche se in realtà non lo sono.
Renata: mi pare di aver visto una situazione che conosco bene. Solo che io ho sempre
l’impressione di essere io a non sapermi fare ascoltare.
Seconda scena
A Ciro: sei un capo e tra breve verrà da te un collaboratore. Ti proporrà un cambiamento. Dovrai dargli l’impressione di ascoltarlo, ma in realtà non ti interessa molto la sua proposta.
A Walter: dovrai andare dal tuo capo per fargli una proposta. Hai avuto un’idea molto buona per risolvere una questione spinosa. Dovrai convincerlo.
Walter: Buongiorno. Ho pensato molto a come risolvere quel problema e credo di aver trovato la soluzione.
Ciro: (sfogliando l’agenda) ah, bene.
Walter: secondo me potremmo cambiare l’orario, così la rotazione sarebbe meno problematica.
Ciro: si, si. Certo…..
Walter: non mi sembra molto entusiasta della cosa
Ciro: ma cosa dice? Certo che lo sono. Veda lei come si può fare….
Walter: e poi le faccio sapere qualcosa?
Ciro: ah, si. Mi faccia sapere.
La discussione si esaurisce in pochi attimi, in un clima raggelato.
Commenti
Walter: mamma mia! Questa è stata peggio di quella di prima; non solo non mi sono sentito ascoltato, ma nemmeno preso in considerazione. La sensazione è un misto di rabbia e di frustrazione…. ma è difficile definirla.
Ciro: non è stato difficile per me. Ho solo fatto come fa uno che conosco……
Commenti del gruppo
Anita: ho visto Walter con un certo entusiasmo, all’inizio. Poi è calato subito con l’atteggiamento di Ciro. Anche la sua postura è cambiata.
Emanuele: non so perché (ridendo) ma questa scena mi ha tanto ricordato il nostro preside. Anche se sei propositivo, quando ti trovi in una situazione così, è inevitabile che ti passi la voglia.
Terza scena
A Emanuele: tra breve incontrerai un tuo collega. Ti porterà un problema e dovrai fare di tutto per aiutarlo a risolverlo.
A Andrea: Emanuele è un tuo collega. Dovrai andare da lui ed esporgli un problema.
Andrea: Ciao. Sto incontrando molte difficoltà nella distribuzione delle ore di Clara.
Emanuele: Che tipo di difficoltà?
Andrea: Sono di tipo organizzativo. Se sposto l’orario di Clara, non ho più a disposizione le ore che Marco dovrebbe coprire.
Emanuele: Vediamo…. Hai provato a chiedere a Luisa se può eventualmente spostare la sua ora, in modo da permettere a Marco di esserci?
Andrea: Veramente non ci avevo pensato…….
Emanuele: Io direi che forse è il caso di chiederglielo. Sarebbe la soluzione migliore. Se poi dice di no, se vuoi possiamo riparlarne.
Andrea: Credo che farò così. Grazie…..
Dopo una titubanza iniziale, la discussione prosegue per un po’
Commenti:
Andrea: Veramente mi sono trovato spiazzato…. Mi aspettavo un opposizione, invece…. Beh, è una buona sensazione. Mi sono sentito ascoltato e aiutato
Emanuele: L’idea di essere collaborante non mi è dispiaciuta. Probabilmente dovremmo farlo più spesso. In fondo, non è poi così difficile.
Commenti del gruppo
Irene: mi è parsa una buona comunicazione. Mi ha colpito l’atteggiamento di Emanuele, non tanto per ciò che ha detto ma per la sua posizione, anche fisica, di ascolto.
Lara: a vederlo non sembrava difficile, ma a pensarci mi accorgo che ci sono troppe interferenze o interessi che impediscono che questo accada.
Al termine delle scene gli insegnanti vengono suddivisi in due sottogruppi, con la consegna di elaborare delle conclusione sul tema della comunicazione e dell’ascolto. Vengono invitati ad eleggere un capogruppo che relazionerà al gruppo allargato quanto emerso.
Nella discussione emergeranno le difficoltà inerenti all’ascolto, anche da parte di chi si ritiene un “buon ascoltatore”. Nella verbalizzazione vengono messi in comune i concetti elaborati. Uno dei capigruppo fa notare che entrambi si sono concentrati sull’ascolto e nessuno sulla comunicazione:
Ciro: “Credo non sia proprio casuale. Forse noi diamo per scontato che, essendo docenti, non dobbiamo soffermarci sulla comunicazione. Invece probabilmente dovremmo fare qualche riflessione in più”.
Conclusioni sulla prima sessione:
Il corso è stato accolto con un contenuto entusiasmo. Alcuni ne sentono la necessità, altri sono solo curiosi o un po’ scettici. Il gruppo è piuttosto rigido e restio alle attività. Tutti lamentano la “finzione” e il dubbio che nella “realtà” le cose andrebbero diversamente. Il tema della comunicazione, di fatto, esplicita in modo formale ciò che è parte integrante del ruolo dell’insegnante. Le resistenze emergono in modo spesso paradossale, con commenti del tipo: “sono in imbarazzo a parlare di fronte a tanta gente” oppure “per noi, insegnanti di lettere, la comunicazione è una cosa acquisita e che abbiamo ben chiara”, salvo poi contestare i processi comunicativi come un qualcosa di assolutistico.
La sessione termina comunque in un clima di interesse generale.
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14.30 – 14.50
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· Feed back dell’incontro precedente
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14.50 – 15.30
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· Concetto di ruolo
· La gestione del ruolo educativo
· Potere e autorevolezza
· Il metro valutativo
· L’insegnante e l’educatore
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15.30 – 15.45
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· Pausa
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15.45 – 17.00
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· esercitazione: l’invenzione del caso
· elaborazioni conclusive
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All’incontro sono assenti 2 insegnanti. Nel feed back vengono riportati i concetti chiave del precedente incontro. L’aspetto prevalente riguarda l’ascolto; tema sul quale si verbalizza un bisogno comune di sviluppo.
Questa tecnica sarà utilizzata in relazione al ruolo, per costruire una situazione che coinvolga tutti i partecipanti in una scena rappresentante la gestione dell’aula durante una interrogazione.
Nel lavoro alla lavagna vengono definiti i ruoli di ogni componente, con le caratteristiche salienti. Quindi ognuno farà la sua scelta, in un clima di scherzosa diffidenza. Due insegnanti manifestano la loro difficoltà a “giocare”: a loro il compito di osservare la dinamica della scena e di riportare al termine le loro riflessioni al gruppo allargato.
I ruoli scelti:
1) L’insegnante pignolo
2) La secchiona
3) L’intelligente che non si impegna
4) Il patito dello sport
5) La svampita
6) Il trasgressivo
7) La ragazza aggressiva
La scena si svolge in un clima a metà tra il gioco e la giocosa ”vendetta”. Nella verbalizzazione ognuno dichiarerà di aver scelto il ruolo che odia di più….
Per la maggior parte dei partecipanti i ruoli sono stati “giocati” in modo coerente ed adeguato al contesto. L’insegnante interroga un allievo, fa continue domande, non è mai contenta della risposta e dà pugni sulla cattedra. L’allievo (3) dà risposte strampalate e la prende in giro (ogni tanto ribadisce con dei messaggi il suo essere docente), la “secchiona” (2) ad ogni risposta sbagliata alza la mano e chiede la parola, la “svampita” (5) fa cadere a terra il diario e una miriade di fogliettini si spargono sul pavimento, l’allievo “trasgressivo” (6) chiacchiera e fa dispetti a tutti, la ragazza aggressiva (8) si innervosisce con il compagno e lo spinge, il “patito dello sport” invece resta in silenzio e immobile (nella verbalizzazione dirà di essersi sentito molto in difficoltà).
Al termine della scena viene chiesto ad ognuno di verbalizzare le proprie sensazioni, in relazione al ruolo scelto e all’interazione con gli altri.
Anita: (la secchiona) Mi sono sentita malissimo. Io non sopporto quelli che fanno così. Mi accorgo che mi innervosisco e poi inizio a rispondergli male. Forse è perché tendono a togliere spazio agli
altri e ad essere al centro dell’attenzione, cosa che io non riuscirei a fare nemmeno se volessi. Mi sembra quasi uno specchio di quello che io ho paura di essere. Cioè; io non vorrei essere così, ma a volte mi piacerebbe riuscire ad espormi di più.
Carla: (la svampita) Anche per me è stata una cosa strana e ho provato un po’ la stessa irritazione di A. Ne ho una in classe che fa così e la strozzerei. Non capisco mai se ci è o ci fa….. Però nella scena non stavo male: era come una condizione privilegiata. Potevo permettermi di “fare” la svampita quando mi faceva comodo, anche se avevo capito quello che mi dicevano.
Emanuele: (il trasgressivo) Non ho avuto delle difficoltà nell’assumere questo ruolo. Essendo insegnante di Ed. Fisica sono piuttosto abituato ad avere a che fare con gli scalmanati. Però mi sento di riuscire a gestirli abbastanza bene nelle attività. Forse è la mia mentalità di “allenatore” che mi porta a tollerare di più e a cercare anche in quei tipi il meglio che possono dare.
Andrea: (l’intelligente che non si impegna) Ho cercato di fare quel tipo di alunno, ma non mi ci sono ritrovato per nulla. A me non danno fastidio gli alunni così. Mi lasciano piuttosto indifferente. Non saprei che altro dire…..
Anna: (l’insegnante pignolo) (ridendo) Non so perché alla fine il ruolo della pignola avete fatto di tutto per farlo fare a me…. Beh, non mi sono sentita a mio agio, né per il ruolo né per la classe che dovevo gestire. A volte succede così, ma forse qui era tutto un po’ amplificato. Mi sono sentita impotente nei confronti di quell’alunno.
Walter: (il patito dello sport) Mi sono sentito profondamente a disagio. Non sapevo cosa fare e come interagire con gli altri. A me queste cose mi mettono in difficoltà e non riesco a calarmi in un ruolo diverso dal mio.
Irene: (la ragazza aggressiva) Ho scelto un ruolo che avrei potuto interpretare bene, non perché lo sia io, ma perché facendo il sostegno ho spesso a che fare con questo aspetto. Non mi spaventa e mi pare di saperlo gestire bene.
Giorgia: (osservatore) Da fuori si è vista una grande confusione. Nessuno ascoltava l’altro; sembrava non ci fosse nemmeno il tempo per farlo. Forse occorrerebbe allenarsi di più ma…. come si fa a gestire contemporaneamente delle situazioni di quel genere?
Lara: (osservatore) Io la penso come lei, non credo sia possibile fare di meglio. Forse però l’insegnante era un po’ troppo pignola. Facendo così non so quanto sia impossibile imparare.
Conclusioni sulla seconda sessione:
L’attività è stata divertente e ha rotto gli indugi in quasi tutti. Alcuni hanno ribadito segnali di non disponibilità al mettersi in gioco, per il timore di esporsi a possibili giudizi. Le resistenze vengono rispettate dal gruppo, che non esercita particolari pressioni su chi è più in difficoltà.
L’attività ha fatto emergere un tema importante nella gestione del ruolo dell’insegnante, ovvero gli aspetti personali che entrano in gioco nella relazione e dai quali non è possibile prescindere nel mettersi in discussione. La sessione si conclude con l’invito alla riflessione personale su quanto emerso e ribadendo l’importanza della consapevolezza di sé per gestire al meglio il proprio ruolo.
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14.30 – 15.45
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· Feed back dell’incontro precedente
· Il gruppo come unità di lavoro
· Utilizzo delle differenze nell’apprendimento
· Gestione dell’attenzione nel gruppo
· Il gruppo e le sue regole
· La leadership
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15.45 – 16.00
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· Pausa
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16.00 – 17.00
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· Esercitazione sulla gestione del gruppo
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All’incontro sono assenti tre insegnanti per sopraggiunti impegni. Nel feed back viene sottolineato l’aspetto dell’essere leader nella classe. Comune l’opinione che il ruolo fine a se stesso e senza competenze specifiche, non crea di per sé il presupposti della leadership. Viene proposta la suddivisione in due sottogruppi, con la consegna di comunicare le proprie sensazioni rispetto alla gestione del gruppo. Verrà scelto un episodio da rappresentare attraverso una vignetta.
Scena: “State zitti!”
Protagonista: Giorgia
La scena riguarda una situazione di una lezione dove gli alunni, particolarmente agitati, non seguono e disturbano. Giorgia predispone lo spazio, scegliendo 5 colleghi per interpretare i vari ruoli, quindi viene invitata a mettersi alle spalle di ognuno e a dare una breve battuta.
Aldo (Andrea): che palle!
Giovanna (Irene): non mi interessa l’antologia
Stefano (Ciro): non ho voglia di ascoltare
Vanni (Walter): fuori c’è bel tempo
Silvia (Anita): stamattina tira una brutta aria…..
Inizia l’azione.
Gli alunni si agitano; mentre Giorgia cerca di spiegare, chiacchierano e si passano bigliettini. Interviene più volte, dapprima con un tono pacato, dopo qualche minuto con sempre maggiore energia:
Giorgia: insomma! E’ mai possibile che in questa classe non si riesca mai a spiegare !!?? Siete proprio dei ………
La cosa non ha in realtà un grande effetto. Giorgia è sempre più a disagio….. Le viene richiesto un soliloquio.
Giorgia: è sempre così…. Si sente la fatica, per cercare di fare qualcosa che poi dovrebbe servire a loro. E poi io sono anche una mamma e mi chiedo come dei genitori possano non intervenire, sapendo cosa succede qui……
Pausa……….
In realtà questa mattina è già cominciata male, con un battibecco con mia figlia che ha
voluto vestirsi come voleva lei. Ha vinto lei, alla fine….
Un po’ come succede qui….. e questo senso di “arresa” che provo non mi aiuta di certo…..
Direttore: cos’altro potresti fare?
Giorgia: mi pare che stamattina non sia proprio aria…. Forse dovrei cambiare un po’, fare qualcosa di diverso.
Direttore: per esempio?
Giorgia: mah…. Per esempio cercare di coinvolgerli di più, magari con qualcosa di più “leggero” e in sintonia con quello che sentono loro.
Direttore: cosa diresti per cominciare?
Giorgia: innanzitutto mi alzerei in piedi. Poi direi qualcosa del tipo: “bene. Ho capito questa mattina non siete molto predisposti a stare buoni, ma non possiamo per questo stare qui due ore senza fare niente. Possiamo fare però la lezione in un altro modo. Avete qualche idea?”
Direttore: come ti senti, Giorgia?
Giorgia: beh… un po’ più leggera, se non altro perché ho capito che probabilmente la mia posizione era condizionata dal mio stato d’animo precedente. Non so se questo funzionerà, ma almeno non mi sento un bersaglio mobile!
Al termine della scena viene richiesta una breve verbalizzazione degli ausiliari.
Andrea (Aldo): mi ha stupito il tuo cambiamento di fronte e mi ha anche un po’ spiazzato. Sicuramente la posizione che hai preso dopo è stata più ragionevole. Come insegnante le giornate “no” capitano a tutti. Forse bisognerebbe pensare di più a come ci si sente.
Irene (Giovanna): non ha modificato il mio interesse in quel momento, ma ho sentito che ci potevano essere altri modi per relazionarsi. Sicuramente, nel ruolo di alunna, è stato un buon esempio. Anche a me capita, come insegnante, di entrare in classe di pessimo umore. In effetti i ragazzi se ne accorgono subito……
Ciro (Stefano): credo che capiti a tutti di non avere voglia. In fondo si è capito subito che nemmeno tu l’avevi. Il fatto che tu fossi l’insegnante però, dava quasi l’impressione che la
tua “non voglia” potesse essere legittimata dal tuo ruolo, e la cosa mi faceva sentire ancora peggio…. Io sono un insegnante di musica e una situazione del genere è un insieme di strumenti stonati…. Ma anche le orchestre però dipendono dal direttore e sentono lo stato d’animo di chi le dirige.
Walter (Vanni): ho provato più o meno le stesse cose di Irene. Credo sia stato un buon esempio di sintonia, ferme restando le responsabilità che ci sono e che vanno rispettate. Bisogna essere fermi e decisi, ma allo stesso tempo anche elastici….. se no si corre il rischio di perdere il senso di ciò che si sta facendo.
Anita (Silvia): all’inizio c’era un clima di paura….. Mi sono detta: “adesso iniziano a fioccare note a tutto spiano!”. Poi ho sentito che non sarebbe stato così, che ci potevano essere delle vie di mezzo. Come insegnante mi accorgo che quando entro in classe, mi studiano e cercano di capire come sto. Sarà che sono già isterica di mio…. Forse dovrei iniziare a rifletterci di più.
E’ interessante il punto di vista emerso nella sessione, riguardante gli aspetti relativi al gruppo. Pur essendo un lavoro con un gruppo di alunni, la cultura didattica dei docenti non mira tanto a favorire l’interazione, quanto a limitarla, nell’idea che questo riduca il loro lavoro. L’idea di una “squadra” è ben accetta, seppure difficile da pensare e da attuare.
Ciò si aggancia alla precedente sessione e al ruolo di leader nel gruppo.
Sorgono molti interrogativi e richieste “tecniche” sulla gestione del ruolo.
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14.30 – 15.45
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· Feed back dell’incontro precedente
· Relazione e apprendimento
· L’organizzazione dei ruoli nell’apprendimento
· Il rapporto docente/genitore
· La risposta alle obiezioni
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15.45 – 16.00
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· Pausa
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16.00 – 17.00
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· Esercitazione sul rapporto genitori/docenti
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Nel feed back viene ripreso l’argomento della scorsa sessione, riguardante la gestione del gruppo. Il tema ha suscitato un grande interesse e meriterebbe di essere approfondito ulteriormente, data la sua complessità. Dopo gli argomenti teorici, vengono proposte 4 situazioni tipo di incontro tra docenti e genitori. Le consegne vengono date separatamente e si svolgono con 4 role playing.
Prima Scena
A Ciro: sei piuttosto risentito per l’ennesima nota presa da tuo figlio. Non ne comprendi la ragione ed esigi delle spiegazioni
A Anna (insegnante): sei qui per il ricevimento dei genitori. Dovrai ascoltare ed interagire con il genitore che avrai di fronte.
Ciro: buongiorno. Sono qui per mio figlio, Giovanni. Vorrei capire il metodo che usate con lui, perché non mi pare che stia dando grandi risultati.
Anna: guardi…. Giorgio è un ragazzo piuttosto inquieto e…..
Ciro: mio figlio si chiama Giovanni, non Giorgio!
Anna: mi scusi…..
Ciro: già il fatto che scambio mio figlio con un altro, non fa che confermarmi quello che avevo pensato….
Anna: mi scusi. sa, i ragazzi sono tanti e sono stata in classe sino a poco fa…..
Ciro: si, si, capisco. Ma se lo chiama con un altro nome, mi fa pensare che forse non ha presente chi sia.
Anna: ho solo confuso il nome. So benissimo chi è suo figlio…..
Ciro: a me risulta che si comporti bene, comunque.
Anna: io non le ho detto che si comporta male. Ho solo detto che è inquieto e che spesso è difficile farlo stare attento.
Dopo qualche minuto la scena si esaurisce, senza aver trovato alcuna possibilità di dialogo.
Commenti:
Anna: è una sensazione che conosco. Ci sono molti genitori che fanno così e si sente un forte bisogno di difendersi, a scapito delle spiegazioni o possibili soluzioni.
Ciro: mi è capitata proprio una situazione del genere con un genitore. Chiedeva a tutti i costi delle spiegazioni, ma in realtà non le voleva assolutamente. Mi sono sentito di combattere con i mulini a vento….
Seconda Scena
A Irene: andrai al ricevimento dell’insegnante. Dovrai essere in una posizione attiva, chiedere per capire e collaborare.
A Walter: interagisci con questo genitore.
Irene: buongiorno, sono la mamma di Clara.
Walter: buongiorno signora. Allora: che possiamo dire? Clara mi sembra una bambina volonterosa, solo che si distrae un po’ troppo….
Irene: chiacchiera?
Walter: si, oppure si distrae guardando fuori dalla finestra.
Irene: secondo lei dipende dall’ambiente o da altre cose? Anche a casa la vedo spesso assorta, ma non mi dice nulla di particolare.
Walter: guardi. La mia opinione è che stia attraversando un momento particolare. E’ in terza media, l’anno prossimo andrà alle superiori…. Forse la distrazione è legata a questo cambiamento.
Irene: c’è qualcosa che sarebbe opportuno fare per lei?
Walter: io credo che non ci sia da preoccuparsi, ma forse è il caso di starle vicino e di cercare un dialogo con lei. E poi, aiutarla ad essere più ordinata…
Irene: ho capito….
La scena prosegue ancora per qualche minuto, in un clima decisamente collaborativo.
Commenti
Irene: era un buon insegnante….. almeno l’impressione è stata questa. La cosa che mi ha colpito di più è stata la disponibilità che ho sentito.
Walter: certo…. non era una situazione difficile. Se tutti i genitori fossero così….. Mi sono sentito riconosciuto come insegnante, ma anche come persona.
Terza Scena
A Giorgia: sei stata convocata da una rappresentante degli insegnanti, perché tuo figlio sta andando molto male a scuola.
A Carla: sei stata delegata, come rappresentante degli insegnanti, di parlare con la mamma di un alunno. Le cose a scuola stanno andando proprio male.
Carla: buon giorno signora. L’abbiamo chiamata per parlare con lei dell’andamento scolastico di suo figlio.
Giorgia: perché? Non va bene?
Carla: va decisamente maluccio….. Suo figlio non è preparato nelle interrogazioni, non fa i compiti, in classe non segue…..
Giorgia: si vede che in questa scuola non si trova bene.
Carla: cosa vuole dire?
Giorgia: che è da quando è venuto qui che le cose si sono messe male…. Fino a che era nell’altra scuola era bravissimo.
Carla: signora; io non so cosa succedesse nell’altra scuola. Le sto solo dicendo che forse in questo momento ha bisogno di essere seguito di più.
Giorgia: senta. Io lavoro e non ho tempo di fare i compiti con lui. E poi io non sono un insegnante. Queste sono cose che riguardano la scuola. Se voi non ci riuscite non saprei proprio cosa dirle…..
Carla: ognuno ha le sue responsabilità e la scuola può arrivare solo fino ad un certo punto….
Giorgia: già. Voi dite sempre così. Intanto però……
La scena è carica di tensione. Carla, nonostante usi termini formali, lancia occhiate fulminee a Giorgia e trasmette un senso di rabbia molto forte.
Commenti
Giorgia: sensazione brutta. Non mi è piaciuta, soprattutto perché pensavo a chi stava dall’altra parte. E’ una cosa molto più comune di quanto si creda.
Carla: credo che in una situazione reale l’avrei aggredita. Normalmente lo faccio e non tollero questi attacchi. Mi sono contenuta molto.
Quarta Scena
A Emanuele: dovrai presentare, di fronte a un gruppo di genitori, le attività di quest’anno.
Al gruppo: siete dei genitori. Dovrete ascoltare l’insegnante, fare domande ed eventualmente sollevare obiezioni.
Emanuele espone il programma con sicurezza e linearità. I genitori pongono alcune domande senza troppa convinzione.
Nei commenti emergerà la capacità di Emanuele di parlare in pubblico e di fare delle mosse strategiche per evitare le domande e le obiezioni.
Lo stesso Emanuele pare stupito dalla cosa. In realtà Emanuele nell’esporre il programma ha già previsto le possibili obiezioni, fornendo risposte soddisfacenti ai probabili dubbi.
Conclusioni sulla IV Sessione
Il tema del rapporto con i genitori ha suscitato molto interesse. Nelle conclusioni finali è emersa la conflittualità dei due ruoli e la difficoltà a mantenere separate le figure dell’allievo e dei suoi genitori.
Un insegnante afferma: “è difficile non essere prevenuti. Quanto un alunno ti fa diventare matta in classe, sai che non te la puoi prendere con lui perché sarebbe scorretto. Quando poi ti ritrovi di fronte i suoi genitori però, ti viene da prendertela con loro, anche se la cosa non è mai così esplicita….”
Evidente anche il paragone tra il genitore e l’insegnate che è genitore, portato ad identificarsi come padre o madre e usare di conseguenza un suo metro di misura.
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14.30 – 15.45
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· Feed back dell’incontro precedente
· Analisi dei cartelloni sulla sociometria di classe
· Le Aree critiche
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15.45 – 16.00
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· Pausa
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16.00 – 17.00
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· Esercitazione su un caso
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In questa sessione sono assenti 4 insegnanti. Nel feed back emerge quanto lo scorso incontro sia stato particolarmente sentito. Il tema del rapporto con i genitori risulta sempre particolarmente critico. I docenti ricevono critiche ed attacchi sul loro modo di insegnare e risulta molto critico il gestirle in modo efficace.
Nelle classi terze era stato proposto un lavoro sociometrico per elaborare la dinamica del gruppo classe.
Il lavoro è stato riportato su un cartellone, dove ognuno ha costruito la propria rete di relazioni nel gruppo. L’analisi con gli insegnanti ha riguardato lo schema relazionale, al fine di permettere loro di acquisire nuovi strumenti per le loro valutazioni.
Dopo la prima parte, viene proposto un brain-storming con un cartellone, al fine di ricavare una griglia di valutazione del caso secondo uno schema comune. La griglia definita si compone dai seguenti punti:
1) dati sull’andamento scolastico
2) Dati sulla famiglia
3) Come viene percepito dai compagni
4) Livello di coinvolgimento relazionale in classe
5) Area di influenza dei docenti
Il gruppo viene invitato a riunirsi per discutere il caso secondo la griglia di riferimento e ad elaborare una possibile strategia di intervento. Viene lasciata la libertà di decidere se trattare un caso reale o fittizio (in questo caso sarebbe stato creato alla lavagna). Il gruppo sceglie la prima possibilità.
Per la discussione viene dato un tempo di 30’. Il caso scelto riguarda Dino, un ragazzo di prima media, affidato al padre dopo un intervento dei servizi sociali e l’allontanamento della mamma per maltrattamenti.
Vengono elaborati i dati secondo la griglia definita, in un clima di discussione produttiva. Emergono le differenze sostanziali di comportamento dell’alunno a seconda del fatto che l’insegnante sia uomo o donna. Quindi viene decisa una strategia, che comprende una diversa tipologia di intervento, suddivisa tra i due insegnanti con un maggiore ascendente sullo stesso. Gli ultimi 30’ vengono dedicati alla discussione e integrati da alcuni concetti teorici sull’intervento guidato in situazioni di disagio.
Consensi generali sulla possibilità di avere una sorta di “supervisione” sui casi reali di disagio nella scuola, mettendo in evidenza il bisogno di acquisire nuovi strumenti per la loro gestione. La definizione di una griglia di riferimento comune, ampliabile o modificabile nel tempo, ha consentito di pianificare una strategia e di assumersene in pieno le responsabilità, valutando i limiti e le possibili risorse di un intervento di questo tipo.
Il gruppo più piccolo, formato da sette insegnanti, ha contribuito a creare un clima di collaborazione e appartenenza. La strategia individuata ha in qualche modo confermato le riflessioni fatte nelle scorse sessioni, offrendo la possibilità di “tradurle” nella pratica quotidiana.
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14.30 – 15.30
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· Feed back dell’incontro precedente
· Esercitazione: sociometria
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15.30 – 15.45
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· Pausa
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15.45 – 17.00
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· Assertività
· Esercitazione: Piano di azione
· Conclusioni
· Compilazione del questionario
· Saluti
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Il feed back riallaccia il clima del precedente incontro. Anche gli assenti hanno modo di farsi un’idea del lavoro svolto e di porre qualche domanda. In questo incontro manca una insegnante.
Il lavoro odierno riguarda la sperimentazione della sociometria. Tenendo conto della composizione del gruppo viene scelto di evitare di trattare la dinamica del gruppo in modo diretto, optando invece per un lavoro sulle competenze e sull’appartenenza.
Le varie consegne si susseguono abbastanza rapidamente, lasciando alla fine i vari commenti. Il gruppo viene invitato a posizionarsi su una linea immaginaria, seguendo l’ordine “più competente e meno competente” rispetto al criterio dato.
1° criterio: capacità di comunicare
Andrea Ciro Anna Walter Emanuele Carla Anita Giorgia Irene Renata
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Verbalizzazione
Andrea: mi sono messo qui perché non ho avuto il tempo di mettermi più indietro
Direttore: dove ti saresti messo altrimenti?
Andrea: Un po’ più indietro…. diciamo tra Anna e Walter.
Ciro: mi sento bene qui. Non il primo della classe, ma con buone capacità.
Anna: anche per me è così. Dietro a Ciro mi va bene.
Walter: mi sento abbastanza nella media. E’ il mio posto.
Emanuele: credo di essere un buon comunicatore, ma è molto in funzione della situazione in cui mi trovo. Nel mio ambito mi sarei messo un paio di posti più in su, ma in generale credo di essere nel posto giusto.
Carla: forse sarei dovuta salire un po’, ma non volevo togliere il posto a nessuno (ride).
Direttore: potendo scegliere ora?
Carla: potendo scegliere diciamo…. tre posizioni.
Anita: non mi sono posta un granché il problema. In effetti non ho molte occasioni di comunicare in modo ufficiale e la mia materia è più basata sul “fare” che sul “dire”.
Giorgia: sono qui probabilmente un po’ per pigrizia e un po’ perché non ho molta voglia di impegnarmi a cambiare.
Irene: penultima per due motivi…. Il primo è che mi sto accorgendo di dover migliorare parecchio su questo aspetto; il secondo è che io ritengo la mia comunicazione molto particolare facendo il sostegno. E’ sicuramente efficace, ma mi pare incompleta.
Renata: io sono l’ultima arrivata….. credo di saper comunicare abbastanza bene, ma non voglio togliere posti a nessuno.
Direttore: dove ti saresti messa?
Renata: no, va bene qui.
2° criterio: capacità di gestire il gruppo
Verbalizzazione
Ciro: credo di avere un buon ascendente in questo. Mi sento in grado di affrontare le situazioni critiche con una certa disinvoltura.
Anna: anch’io. Non mi faccio molti problemi quando mi trovo a gestire situazioni particolari.
Carla: In generale anch’io mi sento così. Non posso dire di avere molta esperienza, ma la sensazione è questa.
Andrea: io non mi faccio molto carico dei problemi dei ragazzi o dei loro genitori, ma mi sento abbastanza competente. Nella media, insomma.
Anita: credo di riuscire a capire e ad esserci quando è necessario. Come per la comunicazione però, non mi pare di trovarmici molto spesso.
Walter: mi sento un po’ sotto alla media. Non credo di avere tanta competenza a riguardo.
Emanuele: siamo sempre lì. In senso sportivo non ho problemi a gestire situazioni difficili ma in generale, facendo una media, credo di aver molto da imparare da chi ha più esperienza di me.
Giorgia: io mi sarei messa per ultima. Ho già abbastanza da fare a pensare alle mie situazioni critiche per potermi far carico di quelle altrui……
Irene: io ho inteso le situazioni critiche come difficoltà ulteriori rispetto alla norma…. Solo che per me la norma è il disabile.
Direttore: intendi dire che è più facile o più difficile? Non capisco….
Irene: non è né più facile né più difficile: è diverso. Lì la situazione è già critica per definizione, ed io associo le situazioni critiche a qualcosa di inaspettato, di improvviso, di nuovo. Questo a me non capita…. Anzi, il fatto che sia tutto abbastanza prevedibile, credo mi tolga questa possibilità.
Renata: non so cosa dire…..Non mi capita…..
Direttore: vedo che ti sei sistemata ancora in ultima posizione….
Renata: si, per lo stesso motivo di prima. Io non sento di avere grossi problemi in aula. E’ qui, con i colleghi o con gli adulti, che non riesco ad essere in un ottica di misurarmi….
3° criterio: capacità di gestire il gruppo
Emanuele Anna Ciro Carla Andrea Anita Walter Giorgia Irene Renata
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Verbalizzazione
Emanuele: stavolta sono primo (ridendo). E’ per la mia idea di “squadra”. Mi sento di fare bene in questo.
Anna: mi sento piuttosto sicura nel gestire un gruppo e mi sento a mio agio.
Ciro: bene. Sopra la media, non primo. Si, credo sia il posto giusto.
Carla: nella media. Dipende poi dal gruppo, ma in generale mi do la sufficienza.
Andrea: come Carla. Non particolarmente distino, ma sufficiente.
Anita: preferisco avere dei rapporti individuali, piuttosto che pensare alla classe come un gruppo. Mi mette meno ansia….
Walter: sento anch’io che dipende dal gruppo in cui mi trovo. Alcune volte mi sento in difficoltà, altre mi sento a mio agio.
Direttore: da cosa credi che dipenda?
Walter: penso da quanto mi sento riconosciuto. Con una sensazione positiva riesco a gestire i singoli, altrimenti non riesco a farmi sentire.
Giorgia: se ho abbastanza pazienza, può anche andare bene…. Ma in genere non ne ho.
Irene: mi sembra di ripetermi…. Ad esempio l’anno scorso, quando gestivo una classe, mi sarei messa nel mezzo. Oggi non seguo più di un alunno alla volta o al massimo due.
Renata: dipende….. se mi ascoltano o no. Se non lo fanno non riesco a gestirlo bene.
4° criterio: collaborare in équipe
Carlo Anna Anita Carla Giorgia Emanuele Andrea Walter Irene Renata
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Verbalizzazione
Ciro: credo moltissimo nella collaborazione. Senza questa si combina poco….. Io mi sento capace di collaborare.
Anna: è importante collaborare, anche se non è sempre possibile farlo. Cioè dipende dal sapere che ti è vicino ha voglia di farlo o meno.
Anita: spesso in sala professori ci troviamo nell’ora libera per discutere. Mi sento bene e riesco a dire la mia senza troppa difficoltà.
Carla: bene a metà. Io sono molto impulsiva e se ho già una mia idea, è difficile farmela cambiare. Comunque, in generale, abbastanza bene.
Giorgia: giusta nel mezzo. Mi ero un po’ stancata di stare sempre in fondo….. Oramai l’ho già detto: in generale non credo di essere malaccio, ma sono troppo condizionata dal mio umore.
Emanuele: pensando alla collaborazione, mi viene in mente che l’insegnante di educazione fisica è sempre un elemento a se stante, isolato…. Non ci sono molto occasioni di trovarmi coinvolto in situazioni dove mi viene richiesta o posso proporre la mia collaborazione.
Andrea: mi sento collaborativo, in genere.
Direttore: sei in settima posizione però…..
Andrea: non avevo voglia di darmi da fare di più. C’era già abbastanza ressa nel mezzo.
Walter: mi sento condizionato dal fatto di essere qui da poco. Mi ritengo uno che sa collaborare, ma nella scuola dove ero prima, ci sono stati episodi non molto piacevoli con i colleghi. Diciamo che dovrò trovare un equilibrio in questo gruppo nel tempo.
Irene: se sono coinvolta, in genere collaboro. Mi sono messa qui perché difficilmente sono io a fare il primo passo.
Renata: io sono qui da troppo poco per capire se è possibile. Dipende dall’ambiente.
Andrea
Ciro
Giorgia
Renata
Anna
Emanuele
Anita
Irene
Walter
Carla
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5° criterio: capacità di gestire il gruppo
Verbalizzazione
Andrea: a dire la verità mi sentirei più vicino, per l’affetto che mi lega ad alcune persone e a questa scuola. Solo che io sono un po’ burbero, e spesso mi ritiro per evitare contrasti. So che le mie idee non sempre sono accettate.
Ciro: mi sono messo quasi al centro. Questo gruppo mi piace, è vario e mi ci sento fortemente parte.
Giorgia: abbastanza parte. Forse la stanchezza di questo periodo non mi fa dare molta importanza a ciò che mi lega a questo gruppo. E’ questo che condiziona il fatto di non essere più vicina.
Renata: non li conosco molto bene e sono qui da troppo poco tempo per sentire di appartenere a questo gruppo. Posso dire che le persone mi piacciono e che mi trovo bene, ma dovrò fare un po’ di strada per avvicinarmici.
Anna: io mi sento molto al centro, quasi come Ciro. Mi sento parte di questo gruppo e lo considero tale.
Emanuele: sono a metà strada per tutte le cose che dicevo prima. Sento comunque di appartenere a questo gruppo, anche se credo di poter fare qualche sforzo in più per avvicinarmi al centro.
Anita: anch’io mi sento parte del gruppo e mi sento legata alle persone. Proprio al centro non credo che arriverò mai, ma mi sento bene qui.
Irene: non primeggio come appartenenza, ma la sensazione è di essere al posto che ho scelto. Ho un buon rapporto con questo gruppo e voglio mantenerlo.
Carla: mi sento parte del gruppo ed è una buona sensazione. Anche se questo è un lavoro, è importante sentire di avere buone relazioni con i tuoi colleghi.
Feed back
Andrea: come mi sono sentito? E’ sempre molto difficile ed estremistico fare delle scelte rigide. Secondo me non è possibile assolutizzare il tutto in questo modo, ma occorrerebbe fare delle riflessioni diverse.
Ciro: mi è sembrato di fare una attività che mi ha reso più semplice identificare alcuni aspetti delle mie risorse. Mi ha stupito chi si è messo sempre in fondo alla fila; Renata, ad esempio. Io non ho mai avuto la percezione che ha espresso lei di sé stessa.
Anna: io volevo dire una cosa a Renata. Io non ho proprio capito il perché ti ostini a svalutarti in questo modo. I ragazzi parlano molto bene di te, e questo non è un indice da poco. Ti comporti come se fossi l’ultima ruota del carro, quando sai benissimo di non esserlo……
Io invece ho avuto modo di mettere a fuoco alcune cose, soprattutto in relazione ai miei colleghi.
Giorgia: anche a me ha stupito soprattutto Renata per gli stessi motivi. Per me non è stato facile. Bisognava scegliere con un criterio rigido, e la cosa non mi viene decisamente bene. Ho preferito stare ai margini, perché altrimenti avrei dovuto in un certo senso lottare.
Anita: oddio…. un po’ difficile lo è stato. Però in fondo si trattava di darsi una graduatoria. Io condivido molto quello che ne è uscito, a parte la posizione di Renata.
Renata: io non sono una che si espone. Con i colleghi non riesco a fare ciò che faccio di solito… mi viene più difficile. Infatti ho cercato di non dare fastidio a nessuno e di restare nell’ombra, anche se la cosa a quanto pare non mi è riuscita…..
Walter: ho visto che dovrò migliorare parecchio, e su molte cose. Questa attività mi è servita per capire questo.
Emanuele: mi accorgo che dovrei pensarci di più a tutto questo, altrimenti rischio di avere delle grosse lacune su tutto quello che esce dalla mia materia. Non ci avevo mai pensato, ma può essere un grosso limite sviluppare delle competenze così subordinate alla materia che insegni.
Irene: che dire? Fare il sostegno è una cosa che ho chiesto io, forse più per stanchezza che per volontà. Forse mi limita un po’ rispetto al gestire una classe, ma credo possa essere una esperienza utile in futuro.
Carla: mettermi a confronto non è mai stato il mio forte, però fatto così è più accettabile. Ho sentito la garanzia di una guIrene, che mi ha permesso di cogliere molti aspetti importanti del mio ruolo senza pericolo.
Il piano di azione personale richiede una verbalizzazione di un impegno “pubblico” su un aspetto particolarmente sentito, sul quale si percepisce un’area di miglioramento.
Ciro: sicuramente l’ascolto. Facendo un bilancio del corso, sento che questo è l’aspetto che ritengo di poter migliorare di più. Gradirei che i miei colleghi mi facessero notare quando “parto per la tangente” (ridendo) e smetto di ascoltare.
Andrea: io mi sono accorto di avere parecchie difficoltà nella relazione. Dovrò rifletterci su…. Il mio obiettivo è quello essere più tollerante nelle nostre riunioni e riconoscere di più li idee altrui.
Carla: il mio obiettivo è di migliorare la mia impulsività. Mi accorgo che questa mi impedisce di ascoltare e di esprimermi in modo comprensibile.
Anita: per me sarà importante impormi di dire la mia più spesso, specie nei momenti ufficiali.
Emanuele: mi associo, anche se i motivi credo siano diversi. Il mio obiettivo è quello di avere più iniziativa e non limitarmi al mio orticello.
Walter: dovrei lasciare da parte un po’ le brutte esperienze e rischiare di più con i miei colleghi. Voglio dire che dovrei avere più iniziativa e cercare di portare la mia esperienza per integrarmi meglio.
Renata: non saprei……. (occhiate fulminee da parte dei colleghi). Beh, l’anno già detto prima loro. Devo espormi di più e confrontarmi con loro.
Giorgia: forse lasciare da parte i miei stati d’animo (ridendo)? Credo proprio di si, anche se sarà difficile e faticoso. Non è una cosa facile per chi è abituato da anni a fare così, però ci voglio almeno provare…..
Irene: coinvolgermi di più, sicuramente, magari anche quando sento che potrei farne a meno….
Anna: dunque….. L’ascolto e la comunicazione sono sicuramente gli aspetti che mi hanno fatto pensare di più, soprattutto nel rapporto con i genitori. L’impegno che potrei prendermi è proprio quello di cercare di ascoltare di più, senza dare troppe cose per scontate.
Dopo alcuni commenti viene data un nuova consegna.
Andrea: il corso è stato utile, anche se a volte ho sentito dei concetti un po’ troppo estremistici. Forse occorrerebbe renderli un po’ più elastici per poterli adattare meglio a tutte le situazioni.
Ciro: io mi sono trovato bene. Mi ha interessato di più la relazione con i genitori, forse perché è un aspetto che mi riguarda più da vicino. Per il resto è stato comunque interessante e ho capito molte cose sul mio ruolo.
Anita: la cosa più difficile sono state le esercitazioni; per me è stato particolarmente complicato entrare nei panni di altri ruoli. Anche giocare non mi entusiasma molto……
Comunque credo di aver capito molte cose e, soprattutto, il modo in cui poterle affrontare.
Anna: sono soddisfatta perché gran parte delle domande che mi facevo hanno trovato qualche risposta. Non so se sceglierei un argomento come più interessante di altri. E’ stata una cosa completa e che ha abbracciato gran parte degli aspetti del ruolo di insegnante.
Carla: sono stata interessata un po’ a tutti gli argomenti, in particolare quando abbiamo fatto l’esame del caso. Credo sia stato molto utile avere un punto di vista neutrale.
Walter: anche per me le esercitazioni sono state un problema. Non mi sento così spontaneo per giocare….. Ad ogni modo mi ha interessato molto trattare tutti gli argomenti.
Giorgia: è stato interessante anche per me. Non capita tutti i giorni di poter discutere di cose serie in un clima, tutto sommato, pacifico. Mi è servito a riflettere e a capire quanto sia importante dedicarsi degli spazi.
Emanuele: mi aspettavo forse di sentirmi più coinvolto, ma credo di aver capito il perché. Questa esigenza non era tanto legata al corso, ma al mio ruolo in generale in questa scuola. Io sono l’unico insegnante di educazione fisica e per me è piuttosto dispersivo….. Non hai il tempo di concentrarti su una classe precisa, perché l’ora dopo ne hai subito un’altra. Però il rendermene conto è stato importante.
Renata: è stato faticoso, però mi è piaciuto. Mettermi in gioco però, è stato difficilissimo…..
Irene: mi ha interessato tutto, dalle esercitazioni alla teoria. Credo di aver appreso molto, nonostante la stanchezza per averlo fatto dopo una mattinata di lezione. La cosa che mi ha colpito di più è stata l’ascolto e l’empatia. Credo siano aspetti molto importanti, non solo nella professione, ma anche nella vita privata.
Al termine del feed back viene consegnato il questionario, che rispecchierà quanto affermato nell’ultima parte.
Conclusioni sulla VI sessione
L’attività sociometrica ha inizialmente elevato le difese nel gruppo. Nella prima attività, improvvisamente è comparso il registro delle firme e gli insegnanti, pur rimanendo in fila, hanno iniziato a passarsi il registro come se stessero facendo una pausa. Il richiamo del direttore, nemmeno troppo velato, ha riportato la concentrazione su quanto stava accadendo. Sono stati volutamente evitati i commenti personali sulle osservazioni dell’ordine sociometrico secondo le consegne, preferendo lasciare eventuali elaborazioni personali ai singoli elementi. In diversi momenti si sono evidenziati diversi aspetti a specchio di quanto era avvenuto nelle classi degli alunni, a testimonianza di quanto nelle strutture rigide, i ruoli tendano a prendere una forma primaria e, se non adeguatamente stimolati, a cristallizzarsi. Alcuni insegnanti hanno platealmente boicottato l’attività, cercando scuse o motivi per non scegliere e non “assumersi” i possibili conflitti determinati dalla scelta delle propria posizione. La sociometria ha in ogni caso evidenziato maggiormente alcune dinamiche del gruppo, permettendo a tutti di prenderne atto e reagire di conseguenza.
Il corso si è svolto secondo il programma e gli obiettivi prefissati. Si è notata una notevole resistenza nella attività, sintomo di uno stereotipo di ruolo molto forte e legato diversi aspetti dell’essere insegnanti. Le aspettative iniziali non sono risultate anomale rispetto ad altre situazioni formative, ma certamente condizionate dal bisogno di “impeccabilità” del docente, costretto (a suo modo) a non permettersi spontaneità o flessibilità nel ruolo agito.
Nel feed back fornito dal direttore, emerge un aspetto rilevante dell’incoerenza tra rigidità relazionale e mancanza del rispetto di regole formali. La scuola infatti si presenta come un edificio non troppo curato. In ogni ingresso spiccano il regolamento della scuola e il regolamento in caso di incendio. Il regolamento della scuola appare piuttosto severo, ma nel corso di svolgimento dei programmi, emergono degli aspetti contraddittori: due alunni di terza media infatti vengono alle mani durante una lezione e non viene preso alcun provvedimento.
Questo feed back viene accolto senza particolare difficoltà, dando modo agli insegnanti di manifestare apertamente il bisogno di essere guidati e di avere dei riferimenti precisi. Quando viene accennato al ruolo del Preside, viene confermata l’assenza della figura di riferimento per i troppi impegni incalzanti ed il sentirsi, in alcuni momenti, senza guida alcuna.
L’uso di una metodologia “mista” ha consentito di fatto di adeguarsi al livello di crescita del gruppo, soddisfacendo le aspettative di teoria e di risposte sul piano cognitivo. La Formazione dei docenti risulta essere sempre una ambito molto particolare, dotato di motivazioni spesso scarse o limitate solo ad interessi personali.
È emblematico ad esempio che l’Italia sia uno dei pochi paesi in Europa, se non l’unico, che non prevede una Formazione specifica sulla relazione per gli insegnanti. Questo crea non poche conseguenze sull’allenamento all’apprendimento nelle istituzioni scolastiche.